Il fascino dell’antico: dall’Accademia ercolanese a Gio Ponti passando per Antonio Canova

Galleria d’arte moderna “Carlo Rizzarda”

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29 marzo – 30 giugno 2014

La scoperta dei siti vesuviani, compiuta con una certa organicità a partire dal 1738, non portò all’improvvisa rivelazione di un patrimonio di cultura classica, tale da determinare un’inedita svolta di gusto. L’approccio con l’antichità era già avvenuto tre secoli prima, quando, intorno al 1480, scavando sul colle Oppio, ci si imbatté nelle rovine della Domus Aurea di Nerone. Quelle “grotte” fornirono un inesauribile repertorio di temi e motivi figurativi fissati in schizzi e taccuini con l’elegante calligrafismo rinascimentale e riprodotti in decorazioni parietali su gran parte del territorio nazionale. Fu la scuola di Raffaello, soprattutto ad opera di Giovanni da Udine, a diramare questo tipo di cultura dell’immagine. Feltre, cittadina del Veneto nord orientale, non fu immune da questa moda, applicando gli stilemi antiquari negli apparati decorativi che impreziosirono la ricostruzione dopo il devastante incendio appiccato dalle truppe di Massimiliano d’Asburgo il 3 luglio 1510. Le facciate degli austeri palazzi sorti dalla pressoché radicale ristrutturazione urbanistica del centro storico, soggetti, al tempo stesso, all’influsso nordico e lagunare, si riempirono di grottesche, scene e personaggi mitologici. Fregi e fasce decorative nati dalla bizzarra ibridazione di elementi fitomorfi e teriomorfi, satiri, mascheroni, bucrani e le più disparate chimere, oltre a cortei marini degni della fantasia creativa di Amico Aspertini, iniziarono a scandire gli spazi architettonici. Furono rievocati, con fini edificatori e di risveglio delle virtù civili, episodi come quello di Curzio Rufo sul cavallo impennato, nell’atto di gettarsi  nella voragine, Muzio Scevola davanti al braciere sul quale avrebbe sacrificato la mano destra, la contrapposizione tra Orazi e Curiazi.

Con queste premesse è risultato naturale proporre a Feltre, anche con un percorso sul territorio,  un’incursione nella fase successiva del revival antiquario, rinfocolata dalla sensazionale individuazione di un’intera città sepolta, Ercolano, seguita da Pompei e Stabia, con la possibilità di sondare il vissuto quotidiano degli antichi, arredi e suppellettili compresi, bloccato nell’istante finale di quella tragica notte del 79 d.C., quando il “formidabil monte/ sterminator Vesevo” (Leopardi, La ginestra) sommerse i centri costieri sotto una coltre di ceneri e pomici. Anche in questo caso l’evento fortuito del rinvenimento si inserì bene in una tendenza già in atto fin dagli anni ‘30 del XVIII secolo che avrebbe portato ad opporre la “nobile semplicità” e la “serena grandezza” degli antichi all’ornamentazione rococò ritenuta ormai sovrabbondante, frivola, esausta. “Era come un fiume sotterraneo, osserva Mario Praz “che, perdutosi sotto la foresta del rococò, tornava ora alla luce”.  Se il caso dei siti vesuviani balzò agli onori della cronaca per la grandiosità della scoperta, unita alla forte componente emotiva di fondo, va sottolineato che campagne di scavo vennero condotte su tutto il territorio nazionale, in particolare a Roma e nel suo suburbio, dando luogo a ricche raccolte private. In quel periodo vennero inoltre riscoperte testimonianze in abbandono come il tempio di Paestum, fissato nei rilievi di colti viaggiatori. Rispetto all’atteggiamento di entusiastica adesione e utilizzo di temi e motivi storici dell’antichità tipico del Rinascimento, l’età dei lumi manifestò una razionalistica volontà di studio sistematico e di organizzazione di dati e materiali. Vennero pertanto pubblicati lettere, diari, resoconti di viaggiatori, come esiti del grand tour, l’itinerario di formazione nel Bel Paese che ogni rampollo di buona famiglia doveva compiere almeno una volta nella vita. Si diffusero inoltre testi teorici e, soprattutto, raccolte di disegni e incisioni che contribuirono in maniera determinante a veicolare temi e motivi: si pensi al Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile di Jean Claude Saint-Non e alle innumerevoli serie di calcografie da questi prodotte.

La mostra si propone dunque di fornire, attraverso suggestioni e non certo con l’organicità e l’esaustività che una tematica così articolata richiederebbe, l’idea di quale bagaglio figurativo si sia  propagato in Europa, e anche oltre Oceano, in questa fase di rilancio dell’antico. La decisione di ospitare l’evento nella Galleria d’arte moderna “Carlo Rizzarda”, centro di studio delle arti decorative del primo Novecento, muove dalla considerazione che il maggior impiego di tali motivi si ebbe proprio nell’arte applicata. Lo stesso maestro del ferro battuto, fondatore della Galleria, usò spesso l’elegante motivo dei “vasi pompeiani” in inferriate e copri caloriferi degli anni ‘20 e le prospettive metafisiche di alcuni suoi pannelli debbono forse qualcosa alle architetture di secondo stile.

L’immane impresa editoriale de Le antichità di Ercolano esposte, voluta dalla corte borbonica per mezzo dall’Accademia ercolanese, trasmise, anche attraverso le edizioni ridotte e le traduzioni, un repertorio figurativo per i decoratori del tempo. Lo testimonia la lettera dell’abate Galliani che, nel 1767, proponendo a Bernardo Tanucci la ristampa in inglese e francese dei primi tomi dell’opera, asseriva: “…tutti gli artefici, bigiuttieri, pittori di carrozze, sovrapporte, tappezzieri, ornamentisti hanno bisogno di questi libri (…). Non si fanno più bronzi, intagli, pitture che non si copino dall’Ercolano”. Motivi “pompeiani” comparvero, dalla seconda metà del ‘700 all’800, negli apparati di dimore di lusso italiane, quali villa Campolieto ad Ercolano, Albani a Roma, Bonelli a Barletta, palazzo Milzetti a Faenza. A Venezia si annovera, tra l’altro, l’opera di Davide Rossi in palazzo Manin, di Felice Giani e Gaetano Bertolani nella Libreria Marciana e di Giovanni Carlo Bevilacqua nella sala da pranzo del Palazzo Imperiale e Reale. In Inghilterra, nelle ville costruite da Robert Adam, gli apparati furono eseguiti da artisti quali Angelica Kauffmann, Antonio Zucchi e Biagio Rebecca.  Soggetti quali le Danzatrici e i Centauri, forti anche dell’entusiastico giudizio di un critico tutt’altro che accondiscendente come il Winckelmann, furono tra i prediletti della decorazione neoclassica, riprodotti in disparate suppellettili e oggetti d’arredo, dai mobili alle ceramiche. In questo settore le porcellane della Real Fabbrica Ferdinandea, sotto la guida dell’intendente Domenico Venuti, con il Servizio Ercolanese (1781-1782), divennero il modello cui tendere, influenzando stilisticamente le altre manifatture ceramiche e, in generale, tutte le arti minori. Si può dire con Angela Caròla-Perrotti che il vasellame del Servizio Ercolanese rappresenti una “versione colorata delle incisioni eseguite dalla Stamperai Reale”. Uno straordinario repertorio di forme e motivi fu offerto alla Real Fabbrica dai vasi antichi rinvenuti in varie zone dell’Italia meridionale, in campagne di scavo dirette dallo stesso Venuti. Tra le più famose collezioni vascolari del XVIII secolo si annoverano quelle di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli. La prima raccolta, venduta nel 1772 al British Museum, fu divulgata dai volumi superbamente illustrati delle Antiquites Etrusques, Grecques et romaines, tirées du cabinet de M. Hamilton, envoyé extraodinaire de S.M. Britannique en cour de Naples  con testi di Pierre-François Hugues d’Hancarville, vettori di quel “vivere alla greca” che tanta parte ebbe nella stagione neoclassica e a cui si ispirarono anche gli oggetti della manifattura Giustiniani. Nel settore ceramico la forza dell’ispirazione delle figure derivanti dagli affreschi campani fu tale da percorrere oltre un secolo e permanere ancora con grande appeal nelle creazioni di Gio Ponti per Richard Ginori.

Importante veicolo di trasmissione furono le serie di tempere, per lo più anonime, ispirate a Le Antichità destinate ad arricchire, sul finire del XVIII secolo, le collezioni di una clientela d’élite aggiornata e colta. In mostra ne vengono presentate quaranta, attribuite, col beneficio del dubbio, a Michelangelo Maestri. Un caso del tutto particolare fu quello del massimo interprete del neoclassicismo italiano, Antonio Canova. Dalle ripetute visite ad Ercolano e Pompei lo scultore “riportò ricordi indelebili tali da permettergli di ricreare una sorta di ‘micropinacoteca neopompeiana’”. Nelle tempere l’artista seppe rappresentare in maniera del tutto personale scene di fresca semplicità con minuzia descrittiva, toni delicati, una certa ironia di fondo e una palese volontà teatrale. Esse rappresentavano la prima tappa di un processo creativo che, attraverso lo sviluppo in diversa dimensione e la trasformazione in monocromo, avrebbe portato, talvolta, alla realizzazione di bassorilievi, se non sculture vere e proprie. Siamo però ormai su un altro piano, quello del genio creativo che attinge all’antico immettendovi nuove significazioni. Su questa linea il discorso degli influssi pompeiani nell’arte sarebbe lungo, toccando, tra l’altro, la rutilante scompaginazione di Lawrence Alma Tadema, i preziosismi decadenti di Gustave Moreau, lo studio della pittura romana di Pierre-Auguste Renoir, l’onnivora assimilazione di Pablo Picasso, il ruolo del mito e delle atmosfere stranianti in Alberto Savinio e Giorgio De Chirico, la riflessione tecnica di Gino Severini, gli ermetismi di Giuseppe Capogrossi, fino ai raggelanti calchi monocromi di George Segal. Suggestioni, rimandi, echi: il fascino dell’antico.

Il Comitato scientifico